Condanna morale e celebrazione formale: l'incontro con Guinizzelli e Arnaut
Nella settima cornice, Dante incontra Guido Guinizzelli, padre del Dolce Stil Novo, e Arnaut Daniel, celebre trovatore provenzale. La collocazione dei due poeti tra i lussuriosi evidenzia la condanna morale della concezione d'amore da essi cantata, sulla base della constatazione che la letteratura amorosa, vissuta come prassi esistenziale, li ha condotti alla lussuria.¹
Se la condanna dei contenuti poetici rimane implicita, affidata interamente alla regia dell'episodio, occorre tuttavia notare che il dialogo è dominato dalla celebrazione della tecnica formale dei due poeti. Accanto al giudizio morale, l'autore intende infatti manifestare il proprio debito artistico nei loro confronti.
A livello narrativo, questo riconoscimento è rivolto inizialmente a Guinizzelli, di fronte al quale l'atteggiamento del pellegrino è dominato da reverenza e ammirazione:
Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,
quand’io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amore usar dolci e leggiadre;
e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fiata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai.
(Purg. XXVI, vv. 94-102)
A ciò si aggiunge l'elogio, espresso dal pellegrino, per la dolcezza della produzione lirica di Guinizzelli, un tributo che ne esalta la musicalità e l’eleganza formale:
E io a lui: «Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri».
(Purg. XXVI, vv. 112-114)
Quanto ad Arnaut Daniel, l’autore ne celebra l'eccezionale maestria tecnica, affidando a Guinizzelli il giudizio che lo indica come «miglior fabbro del parlar materno»:
«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.
(Purg. XXVI, vv. 115-117)
L’autore, nel rievocare entrambi i poeti, compie dunque una precisa operazione letteraria: separa la materia trattata dalla forma della loro poesia. Egli condanna infatti implicitamente i fondamenti morali dell'ideologia amorosa dei due maestri, ma ne celebra in modo esplicito l'eccellenza tecnica, riconoscendo nella qualità formale della lirica d’amore il fondamento della propria formazione letteraria.
──────────
1. Cfr. A. M. Chiavacci Leonardi (a cura di), Dante Alighieri, Commedia: Purgatorio, Bologna, Zanichelli, 2000, pp. 460-61: «[…] questa cornice sembra abitata solo da poeti […] e lo stretto legame che è stabilito per Dante tra peccato di lussuria e letteratura d’amore ci è noto già dal canto V dell’Inferno, a cui questo è per molti aspetti ben somigliante […]. Tutto lo svolgimento si muove dalla descrizione dei penitenti e della loro condizione verso il discorso letterario – il ricordo dello Stilnovo prima e delle Rime petrose poi, cioè i due modi della poesia d’amore di Dante rappresentati da Guido e Arnaut […]. È quella poesia, infine, che qui li ha condotti […], non per se stessa, ma per quello che essa significava, indistinguibile dalla vita […]. Tutti gli studiosi concordano nel fatto che non è possibile individuare alcun dato biografico che giustifichi la presenza dei due poeti in questa cornice. I dati sono nei loro versi. E non importa andarne a cercare i più carichi di aperta sensualità: È l’idea stessa dell’amore che essi cantavano, quella che ora va qui consumata e arsa».