Tra memoria poetica e rigore penitenziale
Sulla spiaggia del Purgatorio, Dante e Virgilio assistono allo sbarco di una nuova schiera di anime. Tra gli spiriti, il pellegrino riconosce l'amico musico Casella, al quale chiede conforto attraverso il canto. I due viandanti e la schiera dei penitenti si soffermano dunque ad ascoltare la melodia intonata dal cantore, mostrandosi appagati come se non avessero altre urgenze:
Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
(Purg. II, vv. 115-117)
L'estasi collettiva suscitata dalla musica viene però bruscamente interrotta dall'apparizione del custode Catone, che rimprovera aspramente i presenti: tale cedimento alla soavità del canto costituisce infatti un'evasione dall'unico obiettivo legittimo, ovvero il percorso di purificazione.
Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
(Purg. II, vv. 118-123)
Sebbene la sosta comporti un ritardo nel cammino penitenziale, l’autore sceglie di custodire quell'esperienza: egli infatti, pur al culmine della propria maturità spirituale, rievoca quella pausa con commossa partecipazione.
Amor che ne la mente mi ragiona
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
(Purg. II, vv. 112-114)
L’indugio nell'ascolto è presentato dunque come una negligenza eppure evidenzia la forza seduttiva della poesia, la cui dolcezza risuona intatta nella memoria del poeta.