La responsabilità delle proprie convinzioni
Nella seconda cornice, popolata dalle anime degli invidiosi, Dante incontra Guido del Duca. A questo personaggio, l’autore affida il compito di individuare l'origine dell'invidia nell'attrazione dell’uomo per i beni terreni. Poiché si tratta di risorse finite, questi ultimi non possono essere condivisi senza ridurre la parte spettante a ciascuno:
Fu il sangue mio d’invidia sì riarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m’avresti di livore sparso.
Di mia semente cotal paglia mieto;
o gente umana, perché poni ‘l core
là ‘v’è mestier di consorte divieto?
(Purg. XIV, vv. 82-87)
Attraverso il personaggio l’autore mostra così che, analogamente a quanto riscontrato per la superbia, anche l'invidia nasce da un errore di valutazione morale: nel caso specifico, esso consiste nel ritenere che la felicità nasca dal possesso dei beni materiali.
Si tratta di una falsa convinzione che guida la scelta etica e il cui riconoscimento costituisce il primo passo per potersi correggere.
L’intuizione dantesca conserva la sua validità anche per l'uomo moderno. Se la colpa trae infatti origine da un errore intellettuale, diventa un dovere esercitare la riflessione critica sulla propria interpretazione della realtà, per evitare che giudizi erronei si traducano in una condotta immorale.