La decostruzione della superbia
Nell’undicesimo canto, l’autore affronta la forma di superbia che sente più vicina a sé: l'orgoglio per l’ingegno artistico.
Qui egli affida la condanna di tale presunzione intellettuale al miniatore Oderisi da Gubbio, strutturando il discorso del penitente non come un semplice ammonimento morale, bensì come una rigorosa dimostrazione sulla caducità terrena della fama artistica:
Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:
così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,
pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.
(Purg. XI, vv. 91-108)
La preferenza accordata all'argomentazione logica deriva dalla consapevolezza dantesca che la presunzione intellettuale nasce da un errore di valutazione: quello di attribuire un valore assoluto all’effimera gloria terrena. Per scalfire una superbia basata sulla certezza del suo ingegno e sulla legittimità del relativo riconoscimento, occorre quindi dimostrare la sproporzione tra la precarietà del successo e la durata smisurata dell’eternità.
L'orgoglio per il potere e la forza dell'amicizia
All'interno dell’undicesimo canto, la riflessione si estende alla superbia legata al potere politico, incarnata dalla figura di Provenzano Salvani: l'uomo che coltivò la presunzione di poter tenere «Siena tutta a le sue mani» (v. 123).
La redenzione di Salvani non avviene tuttavia attraverso una rinuncia politica, bensì tramite un sacrificio personale compiuto per salvare un amico in pericolo. Per ottenere il denaro necessario a riscattarlo, infatti, Provenzano, pur al culmine della propria gloria, accetta di umiliarsi pubblicamente nella piazza di Siena. A rievocare il gesto è Oderisi da Gubbio:
«Quando vivea più glorïoso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;
e lì, per trar l’amico suo di pena
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.
(Purg. XI, vv. 133-138)
L'episodio svela così la natura dell'amicizia, quale concreta forza etica: essa possiede infatti il potere di distogliere l’individuo da sé, per orientarlo verso l’altro, offrendo un efficace antidoto alla chiusura e all’isolamento a cui la superbia conduce.