Il peso della memoria e la via del riscatto
Nella sesta cornice, Dante incontra l’amico Forese Donati con cui ha condiviso un traviamento giovanile che avrebbe potuto condurli alla perdizione spirituale. Il ricordo di tale condotta passata suscita ancora nel pellegrino un gravoso turbamento:
Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
(Purg. XXIII, vv. 115-117)
La coscienza del peccato non si traduce tuttavia in un senso di colpa paralizzante: il racconto di Dante si concentra piuttosto sul percorso di salvezza, tramite la rievocazione del cammino già compiuto sotto la guida di Virgilio e l’anticipazione dell’incontro con Beatrice.
Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui»,
e ‘l sol mostrai; «costui per la profonda
notte menato m’ha d’i veri morti
con questa vera carne che ‘l seconda.
Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ‘l mondo fece torti.
Tanto dice di farmi sua compagna,
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
(Purg. XXIII, vv. 118-129)
Oltre la dimensione teologica, la scelta di non indugiare nel lamento sulla colpa, ma di volgere lo sguardo al futuro e alla ricostruzione del proprio cammino, assume una profonda attualità. L'atteggiamento del pellegrino rispecchia infatti il bisogno umano di raggiungere il riscatto morale dopo la caduta: poiché il passato non ammette correzioni, una volta acquisita la piena consapevolezza delle proprie responsabilità, l'unica via percorribile risiede nell'impegno costruttivo che il presente ancora offre.