La valenza dell'esempio biografico
Nella quinta cornice, Dante si rivolge a un'anima stesa a terra e, oltre a offrirle la propria intercessione, le pone due distinti interrogativi: chi sia stata in vita e quale sia la ragione della posizione prona che condivide con gli avari e i prodighi.
Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
cosa di là ond’ io vivendo mossi».
(Purg. XIX, vv. 94-96)
L'interlocutore risponde che rinvierà la spiegazione sulla pena per dare priorità alla rivelazione della propria identità pontificia:
Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.
(Purg. XIX, vv. 97-99)
Se all'Inferno l'urgenza di parlare di sé nasce dall’attaccamento alla propria identità terrena, tale esigenza risulta estranea ai penitenti. Per comprendere la scelta dello spirito di presentarsi anzitutto come il pontefice Adriano V, occorre dunque interrogarsi sull'intento dell’autore.
In questo specifico frangente, la parabola di Adriano V si rivela funzionale a esemplificare l'assoluta illusorietà dei beni terreni: nonostante abbia raggiunto il vertice supremo del potere umano, il pontefice ha infatti constatato l'incapacità della grandezza mondana di appagare l'animo.
La decisione di far rivelare allo spirito la propria identità, prima di illustrare le ragioni teologiche della pena, risponde dunque a una precisa strategia didattica: facendo precedere l'esempio concreto alla norma astratta, l'autore guida il lettore a una piena assimilazione dell'insegnamento, transformando il fallimento terreno del singolo in un monito morale dal valore universale.