L'etica del gesto: la gravitas dei magnanimi
Proseguendo l'ascesa nell'Antipurgatorio, il maestro e il discepolo scorgono un'anima isolata: Sordello da Goito. Nel descriverne la figura, l’autore sottolinea l’immobilità statuaria del personaggio: in questa presenza solenne, solo gli occhi si muovono, ma lo fanno con una dignitosa calma che lo connota come un magnanimo.
Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel muover de li occhi onesta e tarda!
Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
(Purg. VI, vv. 58-66)
Questa scelta descrittiva attinge alla tradizione classica dalla quale la cultura medievale ha recepito l’ideale della gravitas e la convinzione che la posatezza e la lentezza dei movimenti siano i segni distintivi di una personalità autorevole.
I magnanimi danteschi condividono questa austera compostezza: si pensi a Farinata degli Uberti, che emerge dalla tomba infuocata ergendosi «col petto e con la fronte» (Inf. X, v. 35) o agli spiriti magni del Limbo, descritti come genti dagli «occhi tardi e gravi» (Inf. IV, v. 112).
Al contrario, il poeta respinge la laevitas tanto da osservare, nel terzo canto, che la fretta priva l’azione del necessario decoro («Quando li piedi suoi lasciar la fretta, / che l’onestade ad ogn’atto dismaga», Purg. III, vv. 10-11).
Sia nell'esaltazione della misura sia nel rifiuto della scompostezza, la gestualità dei personaggi danteschi si rivela dunque uno strumento espressivo capace di tradurne visivamente la statura morale.