La fiducia nella Provvidenza: il paradosso teologico di Virgilio
Nel corso del cammino lungo la quinta cornice, un improvviso e violento terremoto scuote la montagna, gettando Dante in uno stato di sgomento; in tale momento di smarrimento, interviene prontamente Virgilio:
quand’io senti’, come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada.
Certo non si scoteo sì forte Delo,
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo.
Poi cominciò da tutte parti un grido
tal, che ’l maestro inverso me si feo,
dicendo: «Non dubbiar, mentr’io ti guido».
(Purg. XX, vv. 127-135)
Il maestro si mostra protettivo nei confronti del discepolo, volgendosi verso di lui e rassicurandolo con l’invito a non aver timore finché si troverà sotto la sua guida.
Questo incoraggiamento acquista un particolare valore, se si considera la condizione conoscitiva di Virgilio: egli, in quanto anima del Limbo, si trova in un territorio a lui estraneo e non possiede gli strumenti teologici per comprendere la causa del terremoto, né può dimenticare l'impotenza già sperimentata davanti ai demoni della città di Dite. Eppure, nonostante tale limite conoscitivo e la consapevolezza della fallibilità dei propri mezzi, il maestro si fa carico della sicurezza di Dante.
Scartata l’ipotesi che la rassicurazione offerta da Virgilio nasconda una pietosa menzogna, l’origine di tale garanzia deve essere individuata nella consapevolezza che il cammino è ordinato da Dio. In tal senso, la fermezza della guida scaturisce necessariamente dalla fiducia che la Provvidenza preserverà il viandante da ogni pericolo.
Proprio in questa fiducia si manifesta il paradosso teologico di Virgilio: egli si affida al medesimo Dio che lo ha escluso dal Paradiso e di cui non godrà mai la visione, facendosi consapevole strumento di una grazia a lui per sempre preclusa.