L'opera del rammendo
Nella seconda cornice del Purgatorio, Sapìa Salvani paragona la propria vita, segnata dalla colpa, a un tessuto che il peccato ha logorato e che lei, insieme agli altri invidiosi, restaura attraverso il pentimento:
«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.
(Purg. XIII, vv. 106-108)
Il verbo dantesco «rimendo», inteso nell'accezione di "rammendare", costituisce una metafora significativa per descrivere l’opera di purificazione: esso suggerisce infatti che tale processo si configuri come un lavoro meticoloso e paziente, volto a riprendere i fili spezzati dell’esistenza per ricostruirne l'integrità.