Il canto comunitario e la riconquista della dimensione sociale
Nel buio della terza cornice, avvolta da un fumo denso e accecante, la dimensione visiva scompare per cedere il passo a un’esperienza puramente sonora. In tale ambiente, Dante ascolta la preghiera degli iracondi, i quali intonano l'Agnus Dei in una condizione di perfetta intesa:
Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l’Agnel di Dio che le peccata leva.
Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse ogne concordia.
(Purg. XVI, vv. 16-21)
Attraverso il canto comunitario, le anime riescono così a ricostruire quel vincolo di comunione che l'impulso distruttivo dell'ira aveva spezzato durante la loro vita terrena.
L'intuizione dantesca, secondo cui il canto corale è in grado di ricomporre le fratture relazionali, trova riscontro nelle indagini scientifiche odierne. La ricerca documenta infatti che l'esecuzione vocale collettiva sincronizza spontaneamente i ritmi respiratori, le frequenze cardiache e l’attività neurale dei partecipanti, favorendo una naturale coesione tra loro.
A secoli di distanza dalla separazione cartesiana tra mente e corpo, la scienza moderna conferma così, su base sperimentale, ciò che il pensiero medievale aveva già intuito, partendo da una visione organica dell'esistenza.