Il ritorno alla serenità di Beatrice: una proposta interpretativa
Nel Paradiso terrestre, dopo la confessione e l’immersione di Dante nel Letè, Beatrice abbandona i toni accusatori e lo incarica di farsi testimone degli eventi a cui sta per assistere, a vantaggio dell'umanità corrotta:
«Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive».
(Purg. XXXII, vv. 103-105)
Nel canto successivo, la guida assume un tono pacato che inaugura una nuova fase del colloquio con il discepolo:
e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
Sì com’io fui, com’io dovea, seco,
dissemi: «Frate, perché non t’attenti
a domandarmi omai venendo meco?».
(Purg. XXXIII, vv. 19-24)
Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com’om che sogna.
(Purg. XXXIII, vv. 31-33)
Sebbene l’atteggiamento di Beatrice torni sereno, appare eccessivo ravvisare nelle sue parole un tono di dimessa cordialità tale da evocare l'immagine di un rapporto «fra eguali», come talvolta è stato proposto dalla critica.¹ Un’attenta analisi testuale evidenzia infatti che l’attenuazione dell'asprezza non esprime un moto affettivo, bensì risponde a un rigoroso intento formativo.
Tale finalità emerge dalle sollecitazioni che Beatrice rivolge a Dante: l'invito a camminarle accanto trova giustificazione nel desiderio che egli sia ben disposto all’ascolto, mentre l'esortazione a porre domande è volta a stimolarne la comprensione. Infine, il richiamo a superare il timore e la vergogna ha lo scopo di rimuovere quel turbamento emotivo che impedirebbe al pellegrino di assimilare appieno le verità che gli saranno svelate.
In definitiva, il ritorno alla serenità risponde alle esigenze di un insegnamento autorevole, il cui fine ultimo è la piena maturazione intellettuale e affettiva del discepolo in vista della sua missione profetica.
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1. Cfr. A. M. Chiavacci Leonardi (a cura di), Dante Alighieri, Commedia: Purgatorio, Bologna, Zanichelli, 2000, p. 592: «Ma ecco che Beatrice […] si rivolge a Dante in modo dimesso e fraterno, […] e affiancandolo a sé nel cammino come si usa fra eguali».
T. Di Salvo (a cura di), Dante Alighieri, La Divina Commedia: Purgatorio, Bologna, Zanichelli, 1993, p. 622: «[…] questo canto che vede Beatrice ora austera e forte come un profeta ora dimessa, semplice e cordiale come una sorella maggiore».