L'invettiva contro i superbi tra distanza e condivisione
Nel decimo canto, l’autore rivolge un'aspra invettiva contro i superbi ancora in vita sulla Terra, ricorrendo a un «voi» che segna un netto distacco tra la sua e la loro posizione:
O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi,
non v’accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
Di che l’animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
(Purg. X, vv. 121-129)
L’adozione di questa prospettiva porta a chiedersi cosa legittimi tale presa di distanza, e se l'atto di porsi al di sopra degli altri non costituisca, paradossalmente, una manifestazione di quella medesima superbia che l’autore intende condannare.
A escludere che l’invettiva rappresenti un atto di presunzione è la constatazione che, subito dopo il «voi» esclusivo, l’autore utilizza il «noi» con cui riconosce di condividere con gli altri uomini, e quindi anche con i superbi, la condizione di creatura imperfetta, bisognosa di un riscatto da parte della grazia divina.
Per quanto riguarda invece la legittimazione del severo rimprovero, interviene la considerazione che il poeta è stato investito di una missione profetica: egli non giudica in quanto uomo esente da colpa, ma ammonisce in veste di profeta incaricato di scuotere le coscienze terrene.