Il confine dell'indicibile: l'incontro con l'assoluto tra Medioevo e modernità
Quando la materia del poema affronta il mistero del divino, l'autore invoca un'ispirazione superiore, in quanto l'intelletto e la parola umana risultano insufficienti a comprendere e tradurre in versi una realtà così ineffabile. Per non cedere al silenzio e assolvere al dovere della testimonianza, egli si appella dunque al soccorso celeste. Quest’esigenza si ripresenta quando l’autore si appresta a descrivere la processione mistica, svelatasi ai suoi occhi di pellegrino, nel Paradiso terrestre:
O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
Or convien che Elicona per me versi,
e Uranìe m’aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
(Purg. XXIX, vv. 37-42)
Tra la concezione poetica medievale e quella moderna coesistono continuità e contrasto. Quando il confronto con l'assoluto sfugge a ogni immediata espressione verbale, entrambe affidano alla poesia il compito di dire l’indicibile. La distanza emerge tuttavia nell'individuare l'origine di tale potere espressivo: se per l'autore medievale la rappresentazione letteraria del sacro richiede l'intervento della grazia, l'artista moderno affronta la dimensione dell’assoluto ricercando la forma espressiva all'interno della propria soggettività.