L'amicizia e il commiato: il distacco tra Dante e Forese
Nella sesta cornice, Dante e Forese affrontano il momento del distacco: l’anima rallenta il passo, rispetto al gruppo dei penitenti, per prolungare il dialogo con l'amico al quale domanda quando avverrà il loro prossimo incontro.
E come l’uom che di trottare è lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l’affollar del casso,
sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
(Purg. XXIV, vv. 70-75)
Dante risponde, confessando il desiderio di trovarsi già sulla spiaggia del Purgatorio: il degrado morale di una Firenze destinata alla rovina lo spinge infatti a desiderare la morte.
«Non so», rispuos’io lui, «quant’io mi viva;
ma già non fia il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva;
(Purg. XXIV, vv. 76-78)
Quasi a offrire un conforto all’amarezza del compagno, Forese profetizza, quale segno della giustizia divina, la morte del fratello Corso:
«Or va», diss’el; «che quei che più n’ha colpa,
vegg’io a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.
La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.
(Purg. XXIV, vv. 82-87)
Tale scena di commiato evidenzia che il cammino di purificazione non cancella gli affetti terreni dell'anima, ma li conserva intatti nella loro essenza. Per Forese, ciò che sopravvive alla morte è la parte più autentica del legame: la profonda confidenza e la consuetudine d'affetto. È proprio tale intimità a creare la premessa affinché Dante possa confessare la propria stanchezza morale, trovando nell'amico un confidente capace di accoglierne il peso e lenirne lo sconforto, prima della ripresa del viaggio.