Il debito di Stazio verso Virgilio
Nel ventunesimo canto, l'incontro tra Virgilio e Stazio offre all'autore l’occasione per riflettere sulla forza della poesia virgiliana.
Nel passo in questione, Stazio, ignorando l'identità di Virgilio, ne celebra l'opera esplicitando l'entità del proprio debito:
Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;
de l’Eneida dico, la qual mamma
fummi e fummi nutrice poetando:
sanz’essa non fermai peso di dramma.
(Purg. XXI, vv. 94-99)
Egli afferma addirittura che accetterebbe di prolungare il tempo di espiazione pur di aver vissuto nella stessa epoca del poeta mantovano:
E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando».
(Purg. XXI, vv. 100-102)
Il significato di questa dichiarazione, nonostante il suo carattere iperbolico, non va sottovalutato. Una volta appresa la vera identità dell’interlocutore, nei canti successivi Stazio tradurrà infatti le proprie parole in un gesto concreto: rallenterà il passo pur di prolungare la permanenza accanto al maestro, ritardando di fatto l’ingresso nella beatitudine eterna.
La corrispondenza tra l'iperbole verbale e l'azione reale dimostra la portata del debito intellettuale: Stazio riconosce che l'eredità della poesia virgiliana costituisce un fondamento, al quale è doveroso tributare un riconoscimento assoluto.