Oltre il risentimento: la natura dello sdegno di Nino Visconti
Nella valletta dei principi, Nino Visconti, dialogando con Dante, ricorda la moglie Beatrice d'Este passata a nuove nozze dopo essere rimasta vedova:
Non credo che la sua madre più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.
Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com’avria fatto il gallo di Gallura».
(Purg. VIII, vv. 73-81)
Nino esprime la convinzione che la moglie non lo ami più da quando ha deposto le bianche bende del lutto e la commisera, affermando che dovrà dolersi di questa scelta. Egli poi considera il comportamento della donna come esemplificativo della labilità dell'amore femminile, destinato a esaurirsi rapidamente se non alimentato continuamente dai sensi. Infine si rammarica del fatto che, quando Beatrice morirà, lo stemma dei Visconti di Milano non ornerà il suo sepolcro così come avrebbe fatto il gallo, simbolo della Gallura.
Questo passo presenta una complessità tale da rendere difficile l’individuazione della reale natura dell'atteggiamento del personaggio.
Un esame dei versi permette tuttavia di orientare l'interpretazione: nelle parole di Nino si coglie un tono sdegnato, ma questo sentimento non può essere definito come il risentimento terreno di un marito ferito nell'orgoglio. Tale spiegazione viene smentita, infatti, oltre che dall’appellativo «gentil» a lui riservato, dalla precisazione dell’autore, che definisce il sentire del Visconti come un giusto sdegno («dritto zelo») che arde in modo misurato («misuratamente»):
Così dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.
(Purg. VIII, vv. 82-84)
Qualsiasi forma di risentimento privato, inoltre, mal si concilierebbe con la condizione spirituale dei penitenti.¹
Occorre ricercare dunque una causa differente per uno sdegno che il testo qualifica esplicitamente come giusto ed esercitato con misura.
Per individuarne l'origine, è necessario interrogare direttamente i versi danteschi alla ricerca dei riscontri testuali della misura e della giustezza.
La prova della misura si coglie nella commiserazione della moglie per il triste destino che l'attende dopo le nuove nozze.
La giustezza dello sdegno affonda invece le radici nella riflessione sulla natura dell'amore femminile, che viene riconosciuto come labile. Da questa constatazione muove la denuncia di un degrado generalizzato dei valori, in cui l'amore viene svilito da virtù dell'anima a impulso dipendente dai sensi.
Lo sdegno si coglie infine anche nel riferimento finale alla sepoltura: come osservano Benvenuto e il Lombardi, alla donna sarebbe di gran lunga più onorevole recare sulla tomba il segno della fedeltà al primo marito piuttosto che quello delle seconde nozze, emblema di incostanza e debolezza.²
In conclusione, lo sdegno di Nino Visconti scaturisce dalla constatazione dello svilimento del sentimento dell’amore. Con il suo rimprovero, egli sposta l'oggetto della condanna dal piano del risentimento individuale a quello della gerarchia dei valori: il suo non è il lamento di un marito dimenticato, ma il giudizio di un'anima "gentile" che vede la nobiltà dello spirito soccombere alla fragilità della carne.
──────────
1. Cfr. U. Bosco - G. Reggio (a cura di), Dante Alighieri, La Divina Commedia: Purgatorio, Firenze, Le Monnier, 2016, p. 164.
2. Cfr. A. M. Chiavacci Leonardi (a cura di), Dante Alighieri, Commedia: Purgatorio, Milano, Mondadori, 1994, nota a vv. 79-81, pp. 144-145.