L'imperativo della meta
Nella prima cornice, mentre procede tra le anime dei superbi, Dante cammina curvo allo stesso passo di Oderisi da Gubbio, quasi condividendone la pena. Questo legame si interrompe, però, quando Virgilio lo esorta a staccarsi dal penitente per proseguire il viaggio. Attraverso un’evocativa metafora, la guida chiarisce infatti che in quel luogo ciascuno deve spingere la propria imbarcazione con ogni mezzo e forza a disposizione:
Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m’andava io con quell’anima carca,
fin che ‘l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
ché qui è buono con l’ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
(Purg. XII, vv. 1-6)
L'esortazione di Virgilio potrebbe apparire come il richiamo a un atteggiamento individualistico, volto all'esclusivo vantaggio del singolo. Tuttavia, una lettura e una riflessione attente mettono in luce che tale richiesta si fonda sulla differenza degli obiettivi e dei doveri che distinguono le due figure: mentre l'anima penitente è vincolata all’obbligo della propria espiazione, il pellegrino è chiamato all’adempimento di una missione provvidenziale che travalica ogni fine individuale. Per non smarrire il compito che lo attende, egli non può restare "aggiogato" al passo altrui: il rapido compimento del suo itinerario spirituale è infatti essenziale per farsi testimone della via della salvezza e orientare l'umanità intera verso il riscatto morale.